Esiste l’Inferno?

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Esiste l’Inferno? E se esiste, quali sono i criteri per esserne rinchiusi o scamparne? Sono queste le due grandi questioni sollevate dal potente discorso di papa Francesco due giorni fa, quando ha levato alta la voce contro chi “vive nel male, bestemmia Dio, sfrutta gli altri, li tiranneggia, vive soltanto per i soldi, la vanità, il potere”; quando ha messo in guardia dal “riporre la speranza nei soldi, nell’orgoglio, nel potere, nella vanità”; quando ha detto che i corrotti non saranno felici “dall’altra parte” e per loro “sarà difficile andare dal Signore”; quando ha tuonato contro quelli che “fabbricano armi per fomentare le guerre” dicendo che “sono mercanti di morte e fanno mercanzia di morte”. Contro tutti questi operatori di iniquità il Papa ha proclamato “che un giorno tutto finisce e dovranno rendere conto a Dio”, con parole che mi hanno ricordato la mano alzata di fra Cristoforo a casa di don Rodrigo e il suo celebre “verrà un giorno” del capitolo sesto dei Promessi sposi.

Ma verrà davvero quel giorno? Esiste il giudizio e l’Inferno che ne può derivare? Esiste cioè una logica del mondo cui la libertà deve rendere conto? Oppure quel giorno non verrà e non ci sarà giudizio, perché non esiste logica più grande dell’uomo e il mondo è solo dei potenti e dei furbi? Ben lungi dal rimandare a lugubri e grotteschi scenari con diavoli e arroventati tridenti, l’esistenza dell’Inferno rimanda al senso complessivo del mondo: se esso sia ultimamente governato da una logica di bene e di giustizia cui la libertà deve rispondere (divenendo responsabile), oppure no, perché c’è solo l’arbitrio e la volontà di potenza dei singoli in competizione tra loro.

Non è solo una questione teologica, ma anche eminentemente filosofica. Già Platone nutriva la convinzione che l’aldilà riservi “qualcosa di molto migliore per i buoni che non per i cattivi” (Fedone, 63 C) e scriveva che “dobbiamo credere agli antichi sacri racconti secondo i quali abbiamo un’anima immortale che, una volta separata dal corpo, può essere sottoposta a giudizio e subire le punizioni più gravi” (Lettera Settima, 335 A). Kant a sua volta ha affermato: “Non troviamo nulla che già sin d’ora ci possa fornire ragguagli sul nostro destino in un mondo futuro se non il giudizio della nostra coscienza, quello che il nostro stato morale presente ci permette di giudicare in maniera razionale: cioè che i principi della nostra condotta (del bene o del male) che abbiamo trovato in noi dominanti sino all’ultima ora continuano ad essere dominanti anche dopo la morte… Perciò noi dovremmo aspettarci per l’eternità le conseguenze conformi al nostro merito e alla nostra colpa” (La fine di tutte le cose).

Si tratta di una convinzione universale, tutte le grandi religioni insegnano che l’anima sarà giudicata: gli egizi mediante l’immagine della psicostasia o pesatura dell’anima (ripresa anche nel medioevo cristiano), lo Zoroastrismo e l’Islam mediante il simbolo del ponte escatologico sottile come un capello su cui le anime appesantite dal peccato precipiteranno senza scampo, l’Induismo e il Buddhismo mediante il concetto di karma che determina le successive reincarnazioni. Lo scenario è comunque lo stesso: 1) c’è una logica che struttura il farsi del mondo; 2) la libertà umana è chiamata a rispondervi; 3) la qualità della risposta determinerà il giudizio che l’attende, quando la libertà verrà meno di fronte alla logica cosmica; 4) il giudizio può avere esito negativo. Ciò che il cristianesimo chiama Inferno, laicamente è il fallimento, nel senso che la libertà può fallire e un’intera esistenza rivelarsi sprecata.

Richiamando corrotti, trafficanti di uomini, fabbricanti di armi, mercanti di morte e in genere tutti coloro la cui interiorità è abitata dall’avidità e dalla brama, papa Francesco non ha fatto altro che ribadire la sovranità del bene e della giustizia (che un cristiano chiama Dio) su questo mondo, e la conseguente responsabilità che ne scaturisce, quella di impostare la vita all’altezza di questo nobile ordinamento. Naturalmente da ciò non consegue per nulla la sicurezza sull’esistenza dell’Inferno-Paradiso e di Dio, tutto ciò rimarrà sempre e solo oggetto di fede, in cui alcuni crederanno e altri no. Da ciò consegue piuttosto una domanda per ogni persona responsabile: l’amore per il bene e per la giustizia che talora si accende in noi è solo un personalissimo anelito oppure è la manifestazione di una logica più grande a cui originariamente apparteniamo?

Vengo alla seconda questione sollevata dal profetico discorso del Papa, quella dei criteri che nel giudizio finale determinano la perdizione o la salvezza. La tradizione cristiana afferma da un lato che ci si salva grazie alla fede, dall’altro grazie al bene compiuto. A cosa però spetta il primato: alla fede professata o al bene praticato? E chi andrà all’Inferno: i non credenti o gli iniqui? Ancora oggi alcuni cristiani sostengono il primo polo dell’alternativa sottolineando l’irrilevanza della dimensione etica per il destino finale, giocato interamente sull’adesione allo “scandalo” della fede di cui parlava san Paolo esemplificata dal noto detto di Lutero che invitava pure a peccare ma a credere ancora di più (pecca fortiter sed fortius crede). Il Papa l’altro giorno ha detto esattamente il contrario: all’Inferno ci andranno gli iniqui, i corrotti, chi vive solo per il denaro e fa male al prossimo. È il pensiero di Gesù quale appare dal Vangelo con i criteri del giudizio finale basati non sull’adesione dottrinale ma sulla pratica del bene: “Avevo fame e mi avete saziato, avevo sete e mi avete dato da bere…”; e viceversa: “Avevo fame e non mi avete saziato, avevo sete e non mi avete dato da bere…” (Mt 25, 35 e 42).

Anche questa è una convinzione universale. Per limitarmi alla religione dell’antico Egitto è noto che nella pesatura dell’anima del defunto il contrappeso era la piuma della dea Maat, personificazione della Giustizia. Ma ancora più notevole è la somiglianza tra il brano evangelico citato e un passo del Libro dei Morti: “Ho soddisfatto Dio con ciò che ama. Ho dato pane all’affamato, acqua all’assetato, vesti all’ignudo, una barca a chi non ne aveva”.Queste parole risalgono a 1500 anni prima di Cristo. Vi sono cattolici che hanno paura di testi così perché sentono minacciata la specificità cristiana. È vero il contrario, da testi come questo emerge la verità del cristianesimo, verità come universalità a cui tutte le religioni attingono e che mai è mancata agli uomini. Ed è parlando questo linguaggio che papa Francesco raggiunge tutti coloro che amano la giustizia, a qualunque fede o popolo appartengano.

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Vito Mancuso
Doctor en Teología Sistemática por la Pontificia Università Lateranense. Con Bachillerato en Filosofía por la Facoltà Teologica de Milano y Licenciatura en Teología por la Facoltà Teologica di Napoli. Es Profesor de la Facultad de Filosofia de la Università San Raffaele de Milano y de Teología de la Università degli Studi di Padova.