Tempo di complessità

La lettera di Natale del Centro di Accoglienza Balducci

Tempo di complessità, incertezza, ricerca e speranza

Con tanti di voi condividiamo la complessità e la gravità della crisi in atto, non solo economica con la drammatica mancanza di lavoro, ma di idealità, di riferimenti significativi, di persone e di luoghi accoglienti e incoraggianti. In questa situazione avvertiamo importanti e necessari l’analisi, l’informazione veritiera, la riflessione, l’attenzione e la cura della profondità dell’anima. Ci pare che non siano di alcun aiuto, ma anzi provochino ulteriore impoverimento le semplificazioni, le frasi fatte, i luoghi comuni, il conformismo, la superficialità, spesso supportati dalla presunzione e dall’arroganza di parole, di atteggiamenti, di decisioni.

Le dimensioni personali si intrecciano con quelle istituzionali e politiche nelle comunità locali e su scala planetaria; dal cuore emerge in noi l’esigenza della compassione: in noi stessi, nella Chiesa, nella società tutta; senza questa vibrazione dell’essere che accoglie, ascolta e condivide le sofferenze, le inquietudini, le paure, gli interrogativi dell’altro non ci può essere né presente, né futuro umano perché prevalgono l’indifferenza, l’esclusione, la cultura e la pratica dello scarto. Senza la compassione, la misericordia, la tenerezza, la gratuità, l’umanità non potrà salvarsi. Le sofferenze personali sono diffuse, anche se spesso non emergono nella loro intensità.

Avvertiamo l’urgenza a cominciare dalle nostre comunità di offrire luoghi e momenti di accoglienza umile, calda, consolante, incoraggiante, che favoriscano la ripresa di fiducia e di serenità, accanto a quelli che le famiglie, i nuclei affettivi, le scuole, gli ambiti comunitari già cercano di vivere. Nelle nostre esperienze avvertiamo la tribolazione, la ricchezza di ogni storia personale. Negli incontri spesso ci si interroga sul senso ultimo del vivere, relazionarsi, dedicarsi, impegnarsi, soffrire, morire e queste domande riguardano anche Dio, la sua presenza o la sua assenza; spesso nel dialogo entra Gesù di Nazaret in modo discreto e vicino per la sua straordinaria disponibilità ad accogliere e incoraggiare. Al riguardo ringraziamo ancora, come già ampiamente nella lettera dello scorso Natale, Francesco vescovo di Roma e papa, per la forza delle sue parole e dei suoi gesti continui. Anche i contenuti e la modalità del recente Sinodo li hanno confermati in riferimento a questioni delicate che coinvolgono la vita di milioni di donne e di uomini.

Nella Chiesa il cantiere, per altro aperto e osservabile da tutti, è ancora in azione, però alcune affermazioni non potranno essere ricacciate indietro come non dette e sono già di conforto e di prospettiva per tante persone: “l’Eucarestia non è il sacramento dei perfetti, ma di coloro che sono in cammino, e diversi sono i gradi di comunione per accedervi”; “la pastorale non deve essere del tutto o niente ma misericordiosa perché il ministero della Chiesa è un ministero di consolazione”; “molte unioni di fatto sono vissute conservando il desiderio della vita cristiana”; “unioni di fatto in cui si conviva con fedeltà e amore presentano elementi di santificazione e verità”; “la Chiesa non è una dogana ma una casa paterna, riguardo alle convivenze, ai matrimoni civili e ai divorziati risposati compete alla Chiesa di riconoscere quei semi del Verbo sparsi oltre i suoi confini visibili e sacramentali”; “le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana”.

UN NUOVO PROGETTO DI UMANITÀ

Avvertiamo insieme a tante donne e a tanti uomini di questa nostra società e di tutto il Pianeta che l’attuale crisi non è contingente, né riguarda qualche aspetto, ma è strutturale e comprende tutte le dimensioni della vita dell’intera umanità insieme a quelle della Madre Terra e di tutti i viventi. E’ fondamentale chiederci: qual è il progetto dell’umanità che ci prefiguriamo, che alimentiamo, per cui siamo disposti a dedicarci e a impegnarci? E per realizzare questo progetto quale cultura, quale etica, quale economia, quale politica sono indispensabili? E le fedi religiose quale servizio possono esprimere con la loro ricchezza spirituale e con la generosità operativa di chi vive la fede?

Ripensamento del modello di sviluppo

E’ da ripensare profondamente la concezione stessa di sviluppo: identificato come crescita materiale e quantitativa, misurata dal PIL, di per sé esige lo sfruttamento spietato della Madre Terra e di tutti i viventi e determina disuguaglianze inaccettabili e insopportabili nelle comunità locali e in tutto il Pianeta.

E’ urgente abbandonare questo progetto quantitativo per assumere quello qualitativo del vivere bene in equilibrio con se stessi, con relazioni positive fra persone, comunità e popoli, in armonia con tutti gli esseri viventi. In questa concezione della vita di tutti e per tutti, l’affermazione e la pratica dei diritti non riguarda solo le persone ma tutti i viventi che per il loro valore intrinseco chiedono attenzione e rispetto. Nella Carta della Terra si parla di comunità di vita perché tutti gli esseri sono portatori dello stesso codice genetico di base: apparteniamo alla stessa famiglia, siamo fratelli e sorelle.

Osservando con gli occhi del cuore e della coscienza la Terra trascurata, abbandonata, allagata e colpita, usurpata, cementificata, violentata dai rifiuti tossici delle organizzazioni criminali e anche dalle armi atomiche, constatiamo con sdegno e tristezza quanto siamo ancora lontani dal sentirla viva in quanto custodisce e genera la vita: è uno straordinario organismo vivo che articola realtà fisiche, chimiche, energie terrene e cosmiche. Questa modalità di relazione con la terra come creatura vivente induce a un rapporto fatto di rispetto, attenzione, cura e armonia.

Il fondamento della giustizia, contro ogni forma di corruzione e illegalità 

Nel progetto di una nuova umanità non deve trovare posto alcuna forma di ingiustizia. Senza giustizia infatti non c’è dignità delle persone, non c’è libertà, non c’è democrazia, non c’è comunità. E’ impressionante come nel nostro Paese siano così diffuse corruzione e illegalità tanto da diventare norma, non eccezione, pur riprovevole, ma modo di essere e di operare. Se le organizzazioni criminali sono la drammatica evidenza, la zona grigia delle complicità, dei supporti, dell’omertà coinvolge le persone in modo ampio e ramificato. Questo deriva dalla mancanza dell’etica del bene comune, dalla ricerca di vantaggi personali o dell’organizzazione di appartenenza.

Dovrebbe essere motivo di riflessione per tutti l’attenzione continua di papa Francesco alla questione della corruzione; le sue parole forti, le sue esortazioni all’impegno; la sua denuncia durissima delle mafie, della n’drangheta, di tutte le organizzazioni criminali. Insieme all’opera di prevenzione e di repressione dei magistrati e delle forze dell’ordine, a cui esprimiamo vicinanza e solidarietà, specie alle persone minacciate ripetutamente è indispensabile la diffusione di una cultura e di una pratica quotidiana della giustizia e della legalità mai scindibili.

Un segno di speranza è costituito nel nostro Paese dall’Associazione Libera presieduta dall’amico don Luigi Ciotti, a cui ci legano stima, amicizia e vicinanza per l’impegno culturale, per aver avviato questa esperienza straordinaria, anche se non facile, di confisca dei beni alle organizzazioni criminali e riconsegna degli stessi all’uso sociale, culturale, lavorativo delle comunità.

E questo è avvenuto anche nella nostra Regione a conferma che non ci sono isole incontaminate e che la concezione e la pratica della giustizia sono scelte quotidiane di noi tutti. La giustizia riguarda poi la sua attuazione anche nei confronti di chi ha infranto la legge e commesso un reato.

Nell’esperienza dei nostri incontri con persone condannate e rispetto all’impegno di tutti i soggetti coinvolti, constatiamo come i più sprovveduti, i più deboli, i più poveri subiscono in modo diverso da chi è ricco, potente, protetto. E questa considerazione che accentua il nostro dolore dell’anima riguarda le condizioni dei detenuti, la mancanza di prospettive e di speranza, la diffusa mancanza di sensibilità, attenzione e cura per chi si trova in carcere, per chi esce dal carcere.

La scelta della nonviolenza attiva, contro ogni violenza e guerra 

Nel progetto di una nuova umanità non deve trovare posto la guerra. Papa Francesco è venuto a Redipuglia il 13 settembre scorso e ha definito la guerra, ogni guerra “una follia”, riprendendo le parole di papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris dell’aprile 1963 alienum a ratione, cioè fuori dalla ragione, appunto una follia; in continuità con papa Benedetto XV che rispetto alla prima grande tragedia mondiale aveva parlato non solo di “inutile strage” ma di “orribile carneficina”.

Papa Francesco nella sua riflessione ha chiesto a tutta l’umanità: “se ci prendiamo cura dei nostri fratelli o se non ci importa nulla di loro” per dirci esplicitamente che a chi decide le guerre non importa nulla delle persone. Ha parlato, hanno applaudito e commentato in modo entusiastico politici, militari, ecclesiastici, ma poi nessuno ha ripreso le sue parole, proprio nessuno.

Se la guerra è follia, non può essere giustificata definendola giusta, umanitaria, portatrice di libertà e democrazia… Se è follia dobbiamo tutti guarire dalla cultura della guerra, dall’identificazione del nemico che pare motivarla e legittimarla. Stiamo invece constatando che essa ha riacquistato consenso in questa difficile stagione della storia dove ci si illude che la forza delle armi possa risolvere tensioni e conflitti.

Invece, come quotidianamente constatiamo, le armi e le guerre provocano solo morti, feriti, distruzioni; scavano solchi profondi di distanza, di inimicizia, di odio fra le persone e i popoli. Avvertiamo importante approfondire le cause e le concause: le strategie geopolitiche, il possesso delle risorse, i nazionalismi, i fondamentalismi, i fanatismi, la produzione e il commercio delle armi, il militarismo, l’uso strumentale delle religioni.

Ci pare nello stesso tempo che ci sia sempre una questione ineludibile: perché l’essere umano è così disponibile a passare l’esile confine tra nonviolenza e violenza e a diventare protagonista di azioni, prima giudicate disumane, riprovevoli, inaccettabili, fino all’uccisione dell’altro considerato nemico? Tale questione va affrontata nell’educazione permanente alla nonviolenza attiva e alla pace; è un’opera che non finirà mai e che dovrebbe coinvolgerci tutti nei vari ambiti e nelle diverse responsabilità.

Questa educazione alla pace chiede la liberazione dall’inimicizia per aprire alla conoscenza e all’accoglienza delle diversità; esige la gestione dei conflitti con il confronto, il dialogo e la trattativa; propone una ricomprensione dei morti in guerra e dei simbolismi successivi, per liberarci dall’esaltazione dell’eroismo, per rivalutare come uomini di pace la moltitudine immensa di coloro che sono stati uccisi e bollati come vigliacchi e disertori perché si sono rifiutati di continuare quella orribile carneficina.

Alla urgente crescita culturale deve accompagnarsi la sensibilità e l’impegno delle istitu- zioni e della politica che avvertiamo tiepide e incoerenti con il dettato stesso della nostra Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra”. Nel mondo interdipendente sempre più si avver- te la necessità di riconoscere l’ONU, da riformare, come unica istituzione deputata a livello mondiale a intervenire per tutelare la dignità dei popoli e promuovere una convivenza pacifica, attraverso azioni di indirizzo, mediazione e interposizione, per le quali va dotata degli strumenti operativi necessari.

Noi stessi, le nostre comunità cristiane, la Chiesa dovrebbero assumere come prioritaria la scelta della nonviolenza attiva e della pace, non relegandola a qualche giornata e celebrazione particolari. Il Vangelo di Gesù di Nazaret e l’insegnamento di papa Francesco ci stimolano e incoraggiano. Possiamo attingere allo straordinario patrimonio di donne, uomini, comunità testimoni autorevoli di giustizia e pace, fino a dare la loro stessa vita. La riflessione sulla produzione e sul commercio scandalosi delle armi e sulle guerre ci porta a riflettere su ogni violenza quotidiana: sui minori, sui deboli nel corpo e nella psiche, sulle donne, sugli anziani.

L’accoglienza di ogni altro 

La nostra vita è decisa dalle relazioni. L’espressione ‘altro’ che spesso si usa anche se al maschile e al singolare, di fatto esprime la pluralità delle persone. Il primo altro che noi incontriamo è la pluralità di ‘io’ di cui siamo portatori: sono le nostre diversità personali che per prime ci interrogano chiamandoci a quell’equilibrio interiore che è il compito arduo della nostra vita.

C’è poi l’altro della quotidianità: a volte ci pare di conoscerlo a tal punto che la relazione può diventare scontata e superficiale, mentre chiede sempre attenzione, approfondimento, premura e cura. C’è ancora l’altro che nella società è segnato dalla sua diversità e per meccanismi culturali, sociali ed economici viene trascurato, lasciato da parte, emarginato, dimenticato: pensiamo ai poveri, ai senza dimora, ai nomadi, a chi è ammalato, a chi si trova nella dipendenza da sostanze, a chi è omosessuale e transessuale, a chi è in carcere o esce dal carcere.

Spesso queste persone costituiscono un problema con cui vengono identificate, di conseguenza volendo eliminare il problema si eliminano le persone, dimenticando che sono esseri umani con le loro storie, fatiche, errori, ricchezze, speranze.

E ancora l’altro è lo straniero che arriva fra di noi: sono gli immigrati, i profughi, i richiedenti asilo. In più occasioni ci siamo riferiti a loro anche per i quotidiani rapporti, ma sentiamo importante e doveroso riparlarne con voi perché ci pare che anche nella nostra Regione sia avvenuto e stia avvenendo ‘qualcosa’ di particolare e di preoccupante.

La questione dei migranti 

Le migrazioni sono sempre state e sono un fenomeno planetario. Milioni di esseri umani sono in movimento a causa di povertà, fame, guerre, violenze, comunque scarse possibilità di una vita dignitosa. Si parte con una speranza, com’è avvenuto per decenni dalle nostre terre. L’accoglienza dello straniero è costitutiva dell’insegnamento biblico, è verifica della nostra fede da parte di Gesù di Nazaret: “Ero forestiero e mi avete accolto nella vostra casa e ogni volta che avete fatto questo al più piccolo dei fratelli l’avete fatto a me”.

E’ parte della nostra Costituzione, della Dichiarazione della Carta Universale dei Diritti dell’Uomo, della Convenzione di Ginevra. Rifiutare l’accoglienza significa sminuire la nostra umanità, chiudere nell’implosione le nostre comunità. Tutte le società del Pianeta sono composte da persone di diversa origine, cultura, lingua, fede religiosa. La questione dei flussi migratori è complessa, pone interrogativi sulle modalità e sui percorsi di accoglienza: non riguarda un paese, né una regione, né l’Italia, ma l’Europa e il mondo intero.

L’Europa tace o balbetta; anche nel semestre di presidenza italiana non si registra nessuna decisione strutturale. Il nostro Paese non ha mai avuto un progetto serio sull’immigrazione; la Legge Bossi-Fini, vigente dal 2002, è da rinnovare profondamente, poiché continua a guidare malamente il fenomeno; nessuno la nomina, tanto meno nessuno propone di modificarla; in Italia non c’è una legge organica sui richiedenti asilo.

Certamente è stato di notevole impegno e di risultati ottimi il progetto Mare nostrum che ha salvato la vita a circa 100 mila persone. Manca la seconda parte: quella dell’accoglienza finalizzata. Si cerca di tamponare le continue emergenze e in assenza di un progetto strutturato di immediato, medio, lungo termine è diventata strutturale l’emergenza che nella nostra Regione riguarda in modo particolare le tante persone che arrivano via terra.

Non mancano certo le esperienze positive a cominciare dalle scuole, per indicare lo SPRAR, un’accoglienza diffusa sul territorio, ai Centri di Accoglienza, alle Caritas, ad altri soggetti ancora. L’attuale crisi economica e la contestuale mancanza di lavoro; la collocazione delle persone ospitate in edifici e in luoghi discutibili; la mancanza di una progettualità differenziata che li coinvolga; le disinformazioni nei loro confronti, la situazione di un malessere sociale diffuso inducono, a nostro avviso troppo facilmente, a indicare in loro i capri espiatori di tutte le situazioni difficili, dei disagi e delle tribolazioni che tante persone vivono.

Non siamo facili a qualificare come razzisti coloro che esprimono dubbi, perplessità, interrogativi. Cerchiamo di capire le loro ragioni. Ma avvertiamo che è richiesta una scelta: o ci incontriamo, esprimiamo le difficoltà e cerchiamo con le comunità e le istituzioni politiche che dovrebbero essere ben più presenti le strade percorribili per l’accoglienza; o, come in più di una situazione sta avvenendo anche nella nostra Regione le difficoltà diventano un rifiuto dell’accoglienza.

Se ci sentiamo di partecipare alle difficoltà e ci dichiariamo disponibili al dialogo, non possiamo condividere questo rifiuto: il rifiuto dell’altro, di ogni altro, in tempo medio e lungo impoverisce una comunità; anzi già da subito per se stesso è una privazione di umanità, di etica, di spiritualità. Riflettiamo su alcune espressioni ascoltate: “non è accettabile una provvisoria tendopoli… una città non deve diventare la città dei profughi… l’accoglienza di trenta o di cinquanta persone è inaccettabile … le persone accolte profanerebbero alcuni luoghi e allontanerebbero i turisti”.

Crediamo che non esistono luoghi ‘sacri’ ma luoghi significativi per le persone che vi hanno abitato con una vita esemplare; ad esempio, la stalla di Betlemme non era un luogo sacro, il Golgota e la croce nulla presentavano di sacro… Gli eventi vissuti li hanno resi significativi. Ora, pensare che persone costrette a fuggire dalla loro terra violino l’importanza di un luogo o di un paese è lesivo della loro dignità di esseri umani… Che poi i progetti turistici dipendano da un piccolo gruppo di persone accolte è offensivo; ben altre sono le condizioni storiche e politiche di ieri e di oggi! Certamente, come già dicevamo, restano i problemi: la mancanza di progetti, di sostegno culturale, sociale, economico e di un coordinamento significativo a livello europeo, nazionale e regionale.

Ma perché non possiamo pensare alla nostra Regione come laboratorio esemplare dell’accoglienza coinvolgendo le Università, le Scuole con persone competenti e qualificate e quanti hanno maturato esperienze significative, gli Enti locali, i diversi soggetti del territorio, le diverse comunità di fede e certamente in modo attivo le persone accolte? Una presenza imprescindibile, convinta, non timorosa e defilata, dovrebbe finalmente essere quella della politica e delle istituzioni. Si è avviata nel comune di Nimis un’esperienza significativa, non solo per la nostra Regione: perché non seguirla e diffonderla?

Perché temere che una società privilegi gli immigrati a scapito di altri, che esprima loro attenzione distogliendola al dramma della mancanza di lavoro e alle crescenti difficoltà di tante persone? Perché non pensare in positivo? Noi riteniamo che sia possibile percorrere questa strada, certo ardua, ma non impraticabile. E che le comunità cristiane possono svolgere un compito importante per sensibilizzare cuori, coscienze, intelligenze all’apertura e alla accoglienza di ogni altro. Altrimenti qual è il senso della celebrazione del Natale?

L’ESPERIENZA DI PROFONDITÀ, DI SILENZIO, DI INTERIORITÀ

Avvertiamo in modo crescente l’importanza dell’interiorità, della spiritualità, dell’essere sensibili prima del progettare e dell’agire. Di questa dimensione c’è esigenza diffusa, anche se nei suoi confronti si avverte ancora tanta trascuratezza e noncuranza. La scienza è importante: ma qual è la qualità umana degli scienziati? La tecnologia e l’informatica sono importanti: ma quali donne e uomini le praticano? La politica è importante e lo sono le riforme: ma qual è la qualità culturale ed etica, quale la dedizione al bene comune delle donne e degli uomini impegnati in politica? Chi abiterà le riforme, a parte ora i giudizi differenziati su di esse? Le fedi religiose sono importanti: ma quale la fedeltà e la coerenza dei fedeli e delle comunità, di chi riveste compiti di guida come i vescovi e i preti?

La memoria del Natale è sovversiva, non edulcorata, non ingrediente sociale di questo sistema. Dio si fa presente nell’umanità di un piccolo bambino, si incarna nella storia, la rende umana; lui stesso diventa così umano, “totalmente umano da non poter non essere Dio” (Leonardo Boff). Seguire questo Gesù di Nazaret significa investire le migliori energie per cercare di essere ogni giorno più umani e di ritrovare il volto umano anche di nostra Madre Terra.

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Vito Mancuso
Doctor en Teología Sistemática por la Pontificia Università Lateranense. Con Bachillerato en Filosofía por la Facoltà Teologica de Milano y Licenciatura en Teología por la Facoltà Teologica di Napoli. Es Profesor de la Facultad de Filosofia de la Università San Raffaele de Milano y de Teología de la Università degli Studi di Padova.